|
|
 |
Le sorelle Labèque e Baricco: la felicità
Firenze – Ricordate una volta Stravinsi, assente da una sua prima, chiese al maestro Craft di telegrafargli l’esito ed indicargli eventuali correzioni. Ricevette: “Successo Colossale. Opportune alcune modifiche”: ne seguiva un piccolo elenco. Subito, gli rispose: “Lascia tutto com’è. Contentomi successo colossale.
Quanti colori
Covo nel pensiero qualche piccola modifica da suggerire ad Alessandro Baricco ed a Katia e Marielle Labèque per lo spettacolo-concerto presentato l’altra sera al Maggio Musicale Fiorentino. Ma….se ci si contentasse tutti del successo colossale? Fa così bene applaudire felici le cose intelligenti. Intelligenti e belle. Due pianiste che possiedon la gamma dei colori dal suadente al trasognato al tragico e fulmineo, e delle intensità, dal lontanissimo impercettibile al bruciante furioso, ed un gruppetto di strumentisti che si divertono un mondo a scherzare sulla propria bravura, con uno scrittore che ha con i lettori e gli ascoltatori un patto intimo d’amicizia, tutt’insieme in un’immagine di presenze incantevoli, è un evento che ci mette sulla strada della leggerezza e della libertà. Baricco ha presentato “Il carnevale degli animali” di Saint-Saens con antico espediente: l’Autore vorrebbe essere presente, ma dal luogo dove si trova “ci sono dei problemi per andare e venire” (è morto anni fa) e ci ha mandato una lettera. Passeggiava, Baricco, fingendo di leggerne improbabili citazioni: “Il cucù è un uccello molto puntuale, originario della Svizzera, come le banche coi buchi”, o suggerimenti sottili, come per “Il cigno”: “quando ti accade di ritrovarti in testa melodie così devi solo stare attento a non rovinare niente”. Gli strumentisti suonavano, mimavano, si festeggiavano a vicenda, ogni tanto scoppiavano in un bolgie-woogie frenetico. Ma quando era il momento, nella musica, decollavano: chi ci aveva mai dato la grazia sommessa e trafiggente del “Cigno” come l’ha suonato il violoncellista Luigi Padovano? Katia e Marielle, prima, da sole, hanno impazzato nelle Danze Ungheresi di Johannes Brahms, con l’ironia francese verso il tedescone d’ Amburgo. Al pudore della classicità ufficiale stesa come una anestesia su quella musica popolare e vorticosa, hanno sostituito un pudore ben più forte e attuale, il timore di superare il limite al quale costantemente si affacciavano.
Giardino Segreto
Ma in apertura di serata, con “Ma mère l’oye” di Ravel ci hanno anche socchiuso il giardino segreto della loro infanzia, irraggiungibile e presente, in messaggi misteriosi, in polvere di suoni, in lamine di indecifrabili parole d’oro. Con la grazia di farci quasi fisicamente sentire le loro dita sulla pelle, leggere e fuggitive, i loro sospiri all’orecchio, per una rivelazione che quasi pareva di poter toccare. Come manifestare loro insieme il timore di di disturbare la loro iniziatica ispirazione e il desiderio di portarle via con noi?
Lorenzo Arruga
|